venerdì 16 novembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Il Diario di Elena

“Lunedì, la scuola.
Mattinata scornettata di malaugurio del lunedì. Nello spiazzale-lager della scuola branchi di bipedi si liberano dallo zaino-carico lanciandolo a terra come animali da soma in sosta. Occhi a palla, ciuffi moicani storti, monosillabi biascicati per saluto. Raggiungo i raga per un po’ di carica, c’è un’intera giornata da ingollare. Ma non mi caga nessuno. Le Alternative, Stefi e Patti, stanno tampinando Sandrina la Secchiona per il suo quaderno di Fisica, scopiazzeranno alla menopeggio i simboli senza capirne una sega; il Ghiro è sdraiato sugli zaini con gli occhiali scuri scimmiottando Toni, il Figo della 5C, parcheggiato poco più avanti; quando mi vede si rialza e si atteggia, ma io mi concentro su Giada e le sue novità incredibili. Comincia una storia “vera, assicurata, raccontata da Melania in persona alla Ciarla”, Carla detta la Ciarla, la compagna più pettegola del creato. Le contesto che nessuno parlerebbe di una cosa di cui le importa appena all’Amplificatore scolastico per eccellenza. “Non ci avevo pensato” non fa in tempo a dire, che il Pachiderma si abbatte sul mucchio degli zaini, nel posto lasciato libero dal Ghiro. La mossa però non passa inosservata, c’è un risveglio generale di proteste, nessuno vuole lo zaino a sottiletta. In due o tre lo fanno rialzare, mentre ci accorgiamo che i novellini di prima e seconda sono spariti, già entrati, deve essere suonato l’inizio del primo round.
Le prime due ore della prof. Sottuttoìo passano senza troppi feriti, la lasciamo parlare sonnambuli, ormai annuiamo a tempo. L’importante è non contraddirla mai: non sopporta chi osa mettersi in mostra o addirittura sbandiera idee originali. Delle sue furie ne sa qualcosa il Pleistocene, che ora rimane sorcionascosto sotto il banco. Noi, bimbebuone, le pappagalliamo appresso, basta ripetere l’ultima frase per aggiudicarsi un sette o un otto.
Gracchio di campana. Ricreiamoci pure. L’atrio interno del lager è piccolo, il quartodoradaria lo prendono solo alcuni, gli altri vagano errabondi per le fallaci vie dei corridoi, se non peggio quelle devianti dei bagni maschiofemmine. All’angolo retto cieco del corridoio principale per poco non ci scontriamo, Fede, Giada e io, con i due 5C, Toni il Figo e il suo degno compare Ciro Zilla. Giada quasi mi sviene addosso, io invece gli mastico contro uno “State attenti, bestioni!” che dovrebbe affermare il mio carattere e la mia personalità. Peccato che loro non se ne accorgano quasi e continuino ridanciani per la loro meta, qualunque sia. “Hai visto che occhi belli, che ragazzi grandi?” ci tiene a sottolineare Giada. Effettivamente devo ammettere che il ciuffato Toni non è affatto male, non è un caso se tra noi è soprannominato il Figo. Raggiungiamo le Alternative nei bagnifemmine, dove si sfumacchia e si spettegola in zona antibagno, sedute tra la bassa pilariempisecchi e un difettoso banco di cui ci siamo da tempo appropriate. L’apparizione di Sandrina la Secchiona linguaviperizza le mie amiche che mezzannoiate con un paio di parolacce la imbizzarrossiscono. Solo un diversivo prima del secondo round mattutino.       
Durante l’ora di Fisica della Petunia (nomignolo di origini misteriose, forse un incrocio ignorante tra “paturnia” e “petulante” che comunque le stanno tutteddue), Giada si ricorda improvvisamente di quello che è successo a Melania, di come ha conosciuto via Fb un ragazzo più grande, del loro primo appuntamento e che quello oggi all’uscita la viene a prendere… Veniamo naturalmente beccate dalla Petunia che vuole sapere da me di quale teorema stia apologizzando. Non posso risponderle che è colpa delle stronzate che Giadinaparlaparla mi rifila fitte nell’orecchio destro. Alla lavagna. Figura di cacca, naturalmente, e ammonizione verbale di Petunia “se dovesse accadere di nuovo convocherò i tuoi genitori”, mi indicizza inanellata. Torno a posto smorzando con uno sguardo killer gli entusiasmi a manalzata del Pleistocene che vuole rispondere, leccaculo. Mi toccherà presentarmi volontaria la prossima volta, per rientrare nelle grazie della prof. Che a quel punto, non contenta, chiama la Stefi a dimostrare l’esercizio per casa. Quaderninmano, lei trascrive alla lavagna quello che ha copiato da Sandrina, ma evidentemente ha saltato qualche passaggio, che non è in grado di spiegare: 4 per lei. Finalmente c’è l’ultima ora e la Porro, la prof di Disegno, zigomoneomunita. L’ora passa a ripassare a china i disegni e i chiaroscuri, in tranquillità.
All’uscita Giada m’indica trionfante Melania che esce dal suo gruppo e raggiunge un ragazzo che la aspetta appoggiato a una macchina rossa. Aveva proprio ragione la Ciarla, ma come fa a sapere sempre tutto?!?"   

lunedì 5 novembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Finché c’è pub, c’è speranza

Sistemo un po’ la stanza offesa dalla riunione tra amici di iersera. Le libagioni e il vino, i biscotti dei morti e il passito, ci hanno sfinito e lasciato con un unico desiderio nel momento in cui l’ultima simpatica coppia, con la voglia di commentare subito il comportamento e gli sguardi, le parole e l’abbigliamento dei “nuovi”, ha finalmente deciso di varcare la soglia di casa nostra e sparire nella notte. Il desiderio naturalmente era quello di distendersi a letto, chiudere gli occhi e godersi un meritato riposo. Meritato principalmente da Marilena, mia moglie, che si è adoperata tutta la sera perché la riunione andasse bene e tutti fossero a loro agio. La cena e il dopocena sono trascorsi in serenità grazie soprattutto a lei che andava e veniva leggera tra tavola e cucina, e poi tra salotto, mobile bar e frigorifero. Quindi che stamani rimanga qualche momento in più a dormire non stupisce, mentre io mi aggiro furtivo tra i bicchieri dal fondo macchiato color ambra scura e i piattini con pezzetti di biscotto bianchi e neri (alcuni resti dei Tetù portati dal palermitano Antonio e altri delle Ossa dei morti nostrane presi da Mario) e tovagliolini appallottolati un po’ ovunque. Raccolgo tutto ciò che è stato lasciato, per terra o sul tappeto bakthiar, in bilico sul bracciolo del divano, sulla stufa di ghisa in attesa forse di bollire, sulla mano protesa dell’africano di legno, sulla testa dei pesci curiosi del nuovo coperchio, sul d-link, i vasi, le piante, i cuscini, le giacche, i cd, la piantana. Insomma ovunque tranne che sul tavolino centrale dove comincio pazientemente ad impilare. Tra le cose fuori posto, dietro un piatto troppo sporgente dal ripiano di legno il cui precario equilibrio è ottenuto solo grazie al contrappeso di un bicchiere poggiato sopra, noto un quaderno dalla copertina rigida gettato distrattamente in orizzontale sui libri bene allineati in verticale della libreria. Mi incuriosisce e lo apro.
“Sabato, la serata.
 Fede e Lollo s’allinguano di brutto tempiterni, e quando l’interrompi boccheggiano inespressivi come pesci spiaggiati, per tornare a rabboccarsi veloci. Pleistocene blatera di valori ma occhieggia di continuo i merluzzi. Giada è l’unica che gli regge il gioco, ma lui è prosciuttato, non la vede nemmeno di sguincio. Il Ghiro mi guarda supplice, gli occhi da opa lessa, aspettandosi da me chissàcosa – abbiamo già chiarito che non ha speranza -. In un angolo Patti e Stefi, il duo Alternative, s’allungano sottopanca un mozzicone di spino che gli hanno probabilmente passato due fattoni amici loro e ridono, mi sa che ne approfitto anch’io, se no non mi passa più stasera. Finalmente arriva Crista, la ragazza del bar, con i modintrugli, i cocktail che vanno di moda al momento, lo Spritzinfaccia (noi lo prendiamo poco perché non ne bevi niente), il VainSiberia (solo per i veterocomunisti), il Mojito Frozen al Tamarindocaramellato Trebicchierdacqua (una roba dolce che si serve necessariamente insieme a tre bicchieri d’acqua, perché l’avventore ha subito bisogno di bere parecchia acqua dopo averlo ingurgitato), infine il Monstercocktail, quello che ti stende, un miscuglio del vecchio Quattrobianchi più il Negroni. Mentre assaggiamo un po’ tutto, allo scambiabicchierechelerbacresce, lo sguardo dei merli si fa candacaccia, puntano qualcosa. Sono le truppe cammellate delle TT (le trettroie, Angie, Carmy e Francie), quelle con le gobbe sul davanti, che ci sfilano di fronte attillatissime, taccaltissime e vertigominigonniche coscialvento. Rifilo uno sguardo ammonente al Ghiro che subito distoglie il suo dalle tettute in tiro, mentre Giada con un movimento quasi del tutto involontario spruzza di rosa spritz la camicia pseudo buona del Pleistocene, ricavandone in cambio parolacce e scatarrate ma in compenso piena attenzione, proprio come voleva. Al terzo giro di modintrugli e un paio di tiri ne ho abbastanza di tutti, compresi un paio di deficienti ciuffati moicani che mi schifano occhieggiandomi da lontano slinguandosi labbra appena baffute. Speriamo meglio la prossima libera uscita di sabato.”
Il diario diciassettenne di mia figlia Elena, evidentemente. Ne sono sorpreso e ammirato e un po’ sconvolto. Sono molto curioso del modo di scrivere così originale e sgrammaticato che utilizza, spero usi un registro diverso nei temi a scuola. Sono però anche sconvolto della descrizione dei suoi amici e di tutti i ragazzi che bevono e passano il tempo in questo modo la sera. Rimetto a posto in fretta il quaderno non appena sento del movimento dal corridoio e ricomincio a impilare bicchieri. Arriva Marilena, appena alzata e ci organizziamo per la colazione. La faccenda di come passino le serate ‘sti ragazzini mi rimane in testa tutto il giorno, tanto che stasera, dopo la cena in pizzeria, invece di ritirarci direttamente a casa come al solito, convinco Marilena ad una passeggiata in centro. Il mio obiettivo incuriosito è la piazzetta sotto le scale, quella monopolizzata dai ragazzetti, ma non voglio far preoccupare mia moglie con fisime che magari son solo mie. Così decido di parcheggiare sotto la piazza in modo da essere costretti ad attraversare il nugolo dei giovani che sciamano ad incrocio tra gli angoli di quattro wine-bar-pub-pizzaltaglio (mi sto facendo di già contagiare dalla scrittura ardita della teenager?). Effettivamente vedo tutti questi ragazzi ad un’ora a mio parere già tarda con in mano bicchieri dalle varie forme pieni di liquidi dai sorprendenti colori, che si concentrano in circoli o che si spostano a gruppi. Riconosco i capobranco, i gregari più timidi, le ragazze alternative con sciarpetta e stivalacci a piedi, quelle invece dai vestitini o minigonne vertiginosi e tacchi alti, quelli che l’alcool fa ondeggiare, quelli che si muovono nell’ombra attaccati al cellulare e quelli che invece hanno bisogno di essere al centro dell’attenzione. Tra di loro non c’è Elena che ha il permesso per uscire dopocena solo il sabato, ma sicuramente ci sono i suoi amici o altri che gli somigliano. E in tutto questo mi viene un pensiero deviato, cioè non se sia giusto o sbagliato, se ci debbano essere dei controlli e da parte di chi – dei genitori presumo – ma piuttosto “chi paga tutto questo?”. E penso pure che se ci sono tutti questi ragazzi in una piccola città che si possono permettere ogni sera di spendere tanti denari in futilità, il che significa che vengono sovvenzionati a dovere dalle loro famiglie, la crisi vera per tanti non è affatto arrivata. Semmai c’è da vedere chi colpisce veramente e chi no. Sbaglierò, ma mi pare che finché i pub continuano ad andare così bene, c’è speranza che la nostra economia non sia ancora così malridotta come si dice.

domenica 28 ottobre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Le regole non scritte delle elezioni

Si parla sempre, in tivù, sui giornali, nel web, delle regole della democrazia e della loro importanza. Si fa a gara per scriverle o riscriverle, generalmente per ottenerne di più favorevoli alla propria parte politica oppure, in assenza di un vantaggio diretto, almeno per impedire che ne approfitti l’avversario più accreditato, secondo la imperante filosofia del “o me o nessuno”. In questo caso riferendoci alla gestione della cosa pubblica che generalmente dovrebbe toccare al vincitore della disputa elettorale. Le regole sono un punto importante sul quale mettersi d’accordo tutti, perché nessuna partita, disputa, guerra, competizione, gara e nemmeno una sfida a ciappelle (guardate sul sito dell’Associazione Ragosia 2000 se non mi credete) si può fare senza previo regolamento condiviso.
La verità è però ben altra quando si tratta di elezioni; allora ci sono tutte una serie di regole non scritte che chiunque abbia partecipato conosce bene e applica sistematicamente. Ve ne presenterò di seguito un elenco di 10 con l’avvertenza che essendo un neofita dell’argomento, me ne sarà di certo sfuggita più di qualcuna.
ELENCO DELLE REGOLE ELETTORALI NON SCRITTE
1)    Ogni candidato che si rispetti ha con sé un entourage di “convincitori” senza limiti di età, sesso, razza e specie animali.
2)    Il gruppo di “convincitori” è autorizzato a percorrere a piedi, in auto, in bicicletta o in gondola tutti i quartieri, le strade, i vicoli e le trazzere di campagna alla ricerca dei preziosi voti.
3)    Il momento migliore per fare campagna elettorale è durante il “silenzio elettorale”.
4)    I manifesti elettorali danno più impatto sui muri bianchi e in posizioni totalmente isolate, lontani dagli appositi spazi previsti perché lì tutti i volti si confondono e l’elettore non distingue.
5)    Chi appende per ultimo (e possibilmente sopra l’avversario) ha sempre ragione.
6)    Il furgone tappezzato di manifesti, casualmente il venerdì notte buca tutte e quattro le gomme proprio di fronte al seggio elettorale. Non si potrà più spostare fino al lunedì seguente.
7)    “Il normografo non è vietato, l’hanno sempre usato tutti”.
8)    Il vero nemico non è il candidato dell’altro partito, ma quello dello stesso che si deve superare anche di un solo voto, per cui la campagna elettorale si concentra per lo più nel parlar male di quelli che la pensano allo stesso modo.
9)    Il giorno delle elezioni i “convincitori” si attrezzano con automobili, furgoni, motociclette o carrozzine per andare a prendere per portarli al seggio, vecchi, invalidi, mutilati e persino i socialisti (che non sapendo ormai da tempo da che parte stare, altrimenti rimarrebbero a casa).
10) Dentro il seggio alla presenza delle forze dell’ordine sono permesse piccole spinte, generose pacche sulle spalle, sgambetti, cianchetti, pestoni, tiraemollabretelle, calcinculo, tirate d’orecchio (con la scusa del compleanno), finta sulle parti basse e colpo sul cozzo. Tutto nel tentativo di far ricordare all’elettore quale è il suo dovere, senza dare troppo nell’occhio.     

venerdì 12 ottobre 2012

IL MONDO DI ALBERTO

L’abolizione delle Regioni

Dopo una giornata pesante, fatta di impegni di lavoro, di tentativi di risolvere mille piccole grane che sembrano proliferare e che si accumulano se non mi decido ad affrontarle una per una, con grande pazienza, perdendo pomeriggi a volte infruttuosi, fatta infine di mediare le inconciliabilità altrui, per lo più dovute a difetti di comunicazione (vi capita mai di trovarvi nel mezzo di una discussione nella quale i due contendenti quasi quasi vengono alle mani, principalmente perché non si capiscono a vicenda, mentre voi avete netta la sensazione che in sostanza hanno idee simili?) – attenzione, a questo punto mi rendo conto di aver allungato a dismisura una frase che rischia, con tutti i suoi incisi, di diventare del tutto illeggibile allo stimato lettore, per cui vi fornisco subito la Principale, cioè la reggente, abbreviandola – ho sonno. Per questo sonnecchio sul divano, più che vedere il film di prima serata, svegliandomi completamente solo mentre stanno scorrendo i titoli di coda. Marilena dorme anche lei, la invito ad alzarsi per la routine igienica prima di ritrovarci sul letto, dal quale però riaccendiamo la tv nel tentativo di riprendere prima possibile quel bel sonno ristoratore che avevamo soddisfacentemente intrapreso in salotto. Invece capita che il sonno non arriva adesso, malgrado chiuda gli occhi e  faccia alcuni tentativi di trovare la posizione più idonea: classica fetale sul lato sinistro, niente; mi rigiro verso Marilena abbracciandola indolentemente, ma rimango col respiro corto, il naso schiacciato contro il cuscino, i capelli di lei in bocca; allora provo sollevando il mio cuscino sopra il suo, così da formare nel centro del letto una montagna cuscinesca sulla quale poggio il mio pesante capoccione, sembra funzionare, ma dopo un minuto ho un inizio di torcicollo piuttosto preoccupante, scendo; rimango a pancia in su, dritto sul dorso, ma non sono mai riuscito a dormire in questa posizione, non mi rimane che guardare il televisore, finché gli occhi non si chiuderanno da soli, senza bisogno di cercare la posizione giusta.
Linea notte mi rende edotto sulle incredibili vicende nelle quali sono coinvolte le nostre amate Regioni, scandali che coinvolgono consiglieri regionali, assessori, capipartito e implicitamente anche i governatori. C’è da rimanere allibiti, nonché infuriati, se non avessimo fatto in questi anni il callo alle continue ruberie, al malaffare, alle porcherie degli amministratori perpetrate ai nostri danni (almeno a quello della stragrande maggioranza delle persone normali che ogni mese vedono decresciuto il potere d’acquisto del loro stipendio). Almeno nella cosiddetta Prima Repubblica, lungi da me augurarne il ritorno, i politici si vergognavano quando venivano trovati con le mani nella marmellata, ora invece scoperti a rubare, invece di tentare di giustificarsi, attaccano la magistratura (politicizzata!). È diventata una moda innescata dal peggior esempio di cittadino che abbiamo in Italia – naturalmente parlo di Berlusconi. L’ho citato così, come esempio, ma non mi ci voglio soffermare. Linea notte snocciola nomi di componenti della giunta lombarda arrestati, di capigruppo del pdl del Lazio che prendevano soldi ( i nostri, beninteso), poi politici del pd, dell’idv, della lega … tutti con mani in pasta nelle regioni a gozzovigliare alle spalle dei cittadini ai quali hanno aumentato tutte le tasse possibili, anche quelle regionali per colpa delle quali al momento ci ritroviamo chi 50 chi più di 90 euro in meno al mese (con le tredicesime si arriva a perdere fino a 1200 euro l’anno di sole addizionali regionali!). Mentre loro, tutti questi mandrilloni organizzatori di festini, nei “parlamentini” regionali si spartiscono il denaro dei poveracci – d’altra parte il viagra costa, e la carne è debole, protestano convinti d’aver ragione.
Per un attimo quasi non ci credo, mi convinco che quello che vedo in tivù è solo un mio sogno. Ah, ecco! Non poteva essere. Mi sono addormentato e ho avuto un incubo. Guardia di finanza in tutte le sedi regionali d’Italia, non può essere! Ma il letto sotto di me è solido, mia moglie al mio fianco dorme, le preoccupazioni per quanto mi aspetta domani al lavoro intatte. Niente, non è un sogno, mi sa che è tutto vero.
Poi sul video appare Monti con un mantello scuro, il colletto della camicia bianca inamidato alzato a contornargli il viso spettrale, l’occhio smorto che annuncia l’azzeramento di tutte le Giunte regionali e il loro commissariamento. Blocco delle elezioni regionali prossime e per almeno i prossimi 5 anni (poi si vedrà) e contemporaneo sblocco degli stipendi statali; riduzione delle Provincie a semplici organi amministrativi di collegamento tra i Comuni, con funzioni ridotte alla gestione di servizi intercomunali (approvvigionamento idrico, collegamenti stradali, razionalizzazione di ospedali e scuole nel territorio), sussidio di disoccupazione a tutti i politici provinciali e regionali fino a quando non avranno trovato un lavoro VERO, tempo massimo un anno, ma se nel frattempo l’Ufficio di Collocamento (improvvisamente riappropriatosi del suo nome più sensato – e questo però mi dà l’idea che forse ciò che vivo può non essere reale) gli trova un lavoro qualsiasi e loro lo rifiutano, perdono immediatamente tale sussidio. Uscita di politici e nominati da tutti gli enti, associazioni o agenzie che gestiscono la cosa pubblica (ato, asl, asp, csa e altre sigle composte da lettere a caso e, per far confondere i poveri cittadini, di anno in anno rinnovate), con graduatorie trasparenti per ogni posto disponibile – tutti amministrativi. Elezioni e politici solo per il governo nazionale e per i Comuni, per i quali diventa obbligatoria per i primi 2 anni di insediamento l’adozione in Parlamento o in Consiglio comunale, l’ordine del giorno presentato durante la campagna elettorale. Sulla faccia di Monti poi compare uno strano ghigno laterale che scopre leggermente un canino ipersviluppato e un lampo attraversa per un istante i suoi occhi. Tassa su tutte le transazioni finanziarie che eccedono i 20.000 euro. Mega aliquota IVA su tutti i beni di lusso, al 40%, una base per i beni di prima necessità al 5%, alimentari e prime case, e poi per tutti gli altri IVA al 15%. E poi continua, spiegando che non c’è nessuno che ha diritto, come stipendio, a percepire più di 6 volte la retribuzione minima, fissata in 1500 euro mensili netti. Tutti i dipendenti pubblici, ma anche i privati, dirigenti o consulenti, avvocati o medici specialisti, sono obbligati a rimanere entro questi termini. D’altronde, conclude Monti diventando sempre più piccolo e agitando le ali da pipistrello, guadagnare più di così è da vampiri.

giovedì 27 settembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Alberto, l’americano e la fotografia 3 - Il pranzo

“S’addorme il ragazzo,
Il capo reclino,
Sognando contento
Per l’ottimo vino”
Declama versi lo zio Tano alla fine del pasto in onore del giovane ospite americano che domani parte. È stato un pranzo che chiamare distruttivo è poco; lui infatti, poco abituato, è crollato sulla sdraio ben prima che arrivasse il caffè. Così sembra brutto disturbarlo, lo lasciamo dormire mentre le donne di casa sparecchiano in fretta. Noi uomini invece rimaniamo intontiti a guardarci attorno, apparentemente senza una meta, i sensi e la mente obnubilati, ma con l’istinto che ci guida con decisione verso una qualsiasi sistemazione che ci consentirà di “stendere le gambe cinque minuti”. Solo che zio Tano, che con le sue rime ed i suoi brindisi ha imperversato fino a pochi minuti fa, fino all’ultimo bicchiere di passito di Pantelleria, ora ha già chiuso gli occhi e respira pesante a bocca aperta. Il nonno invece, come al solito, anche da seduto, non appena appoggia il mento sul petto, già russa. Sarà stato il vino? Certo quello aiuta, ma non tutti ne hanno bevuto nella stessa quantità. Forse le cassatelle fritte con la ricotta, concludere i pasti in questo modo risulta pesante, si sa, la frittura … che poi sono arrivate dopo un certo tempo da quando avevamo mangiato il gelato; d’altronde se si vogliono gustare belle calde devono essere fritte al momento. Ma già il gelato: lo dico sempre che il gelato fa rallentare la digestione, specie se passa qualche minuto da quando si è finita la frutta. Del resto gli zii avevano portato il tronchetto, che fa dobbiamo fare la cattiva figura di non presentarlo a tavola, come se ce lo volessimo tenere per noi? Lo stesso vale per le Minne di Virgini portate nientepopodimenocché direttamente dal Bar Napoleon e prenotate per l’occasione da Angeluzzo, non si possono fare certi sgarbi, bisogna assaggiare in questi casi. Alla fine, non è per i dolci però che il pranzo è risultato pesante. È che se si prepara lo stufato, quello giusto con tanti tipi di carne assieme, non è che ci condisci solo i maccheroni, lo vuoi assaggiare – anche senza pane, solo per sfizio – dopo i secondi. Eh sì, perché i secondi previsti dalla casa erano due, ma non tanto pesanti (si tratta di pesce in fondo!). Abbondante tonno arrostito sulla griglia, almeno un paio di tranci a testa, anche per spiegare la differenza tra i diversi tagli, servito con verdure arrosto di contorno, nello specifico melanzane, zucchine e patate a fette. Poi sorpresina finale, i gamberoni al forno, tre per spiedo, cotti appena per non perdere il sapore del mare. Per sciacquare la bocca, insalatona mista con cuore di palma. Se però dopo i secondi mi presenti la zuppiera dello stufato con i pezzi di manzo, di agnello e soprattutto con le prelibate cotiche di maiale, chi resiste? È lo stesso condimento del primo piatto, i maccheroni fatti a casa, che poi nel piatto tutti noi arricchiamo ulteriormente col formaggio grattugiato, chi parmigiano (persone considerate indegne dallo zio Tano) chi pecorino stagionato. Personalmente devo confessare che qualche pezzo di carne sui maccheroni io lo piazzo volentieri, poi lo faccio a piccoli pezzi per accompagnare la pasta (un po’ come fanno i tunisini nel cuscus con carne). Certo non è un piatto leggero, ma sono tutte cose naturali, fatte a casa, che non possono far male. Nemmeno si può imputare questo languore organico che ci prende a fine pranzo ai diversi antipasti assaggiati all’inizio. È un classico: i cugini di mia moglie, da parte di padre, sono soliti arrivare in ritardo, per cui, seguendo l’esempio dello zio Tano, ad un certo orario si comincia a piluccare alcune curiosità gastronomiche che lui stesso ci sottopone. Palamito sotto sale, preparato da lui stesso; lattume crudo di dentice con un filo d’olio buono di Castelvetrano; salamella morbida delle Madonie. A quel punto le donne, indispettite dalla concorrenza, scoperchiano i piatti fino ad allora velati, rivelando sulla tavola gli antipasti previsti: formaggi di diverse qualità, assortimento di salumi tagliati al momento (da me nell’affettatrice di casa, mio unico contributo), gli immancabili pomodori secchi ripieni e fritti, ricotta fresca, olive varie, e poi cappelletti fritti e alici marinate. Perché non ci sono le uova sode, dite? Non è mica Pasqua!
E così il giovane americano ha retto con le foto giusto fino ai maccheroni con lo stufato, poi ha lasciato il suo tablet e si è dato alle libagioni. Ha ripreso il suo strumento solo per un ultimo scatto ai gamberoni che danzavano dalla teglia al suo piatto. A quel punto si è dato da fare con le mani e la bocca, liberandola solo per chiedere di passargli del vino. Del resto l’ultimo pranzo…
Devo dire che è strano: ripercorso così il banchetto, dall’ultima portata alla prima, mi sembra più spaventoso che nella realtà. Mi domando come io abbia potuto davvero ingurgitare tanta roba (e come possa farlo regolarmente, ogni qual volta c’è di mezzo una qualsiasi occasione di festa). Forse non è così strano che poi ne risenta.   

martedì 18 settembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Il mio amico Dino

Ho un amico d’infanzia: lo conosco da quand’ero piccolo, lui un poco più grande di me, abitavamo nello stesso palazzo. Abbiamo continuato a sentirci in tutti questi anni, incontrandoci con una certa regolarità da quando io e poi anche lui abbiamo lasciato il vecchio indirizzo. Anche più tardi, pur vivendo ad una cinquantina di chilometri, ci sentiamo periodicamente e ci incontriamo (ultimamente però mi devo spostare sempre io). È un tipo particolare, diventato nel corso degli anni scontroso, burbero, solitario. Sarà perché vive da solo, in una grande casa che sembra non abitare per intero o forse non abitare affatto, ossessionato dai ricordi dei tempi passati quando la casa era animata da mille risate, grida e suoni. Gli sono a mio modo affezionato, non si spiegherebbe altrimenti il bisogno che mi piglia ogni tanto di chiamarlo, di sentire come sta, pur sapendo che la telefonata si trasformerà subito in un rimprovero perché chiamo così di rado o perché non vado mai a trovarlo. Il punto è che lo immagino spesso isolato, con pochissime persone attorno, per cui si smuove in me un fatale senso di colpa e finisco per chiamarlo almeno una volta a settimana. A volte sono telefonate talmente sgradevoli, amare, che per giorni non me ne ricordo più, è come se rimuovessi dalla memoria la sua stessa esistenza, allora resisto di più senza sentirlo. Poi però torna il senso di colpa che lui bada bene di nutrire con grande determinazione, rinnovando sempre ai primi convenevoli telefonici la risposta “sono solo”, alla domanda “come stai?”; e probabilmente risponderebbe “sono solo” anche se la domanda fosse “che ore sono?”. Attenzione, è da dire che in realtà so che lui non è del tutto privo di compagnia, tanto è vero che ha una fidanzata, che devo chiamare così invece che ad esempio “compagna”, perché in effetti non è compagna, nel senso che non vive insieme a lui. È quindi più una specie di fidanzamento adolescenziale, pur essendo Dino (il mio amico, di cui non avevo ancora dichiarato il nome nel pezzo, ma di cui il lettore era già stato avvertito nel titolo), come già segnalato, più grande del sottoscritto e addirittura in pensione da un paio d’anni e lei non esattamente una giovinetta. Però nei discorsi con me, questa fidanzata rimane sullo sfondo, come una presenza precaria (o assenza precaria). E anche quando vado a trovarlo con mia moglie, raramente usciamo in quattro.
Se poi mi trovo a passare per la sua città, a sbrigare delle faccende di lavoro o per altre urgenze o per accompagnare mia moglie nello shopping, e lo avverto, rammentando di quanto mi rimproveri di non andarlo mai a trovare, si lamenta perché rimaniamo per troppo poco tempo a casa sua; allora mi accusa di essere “andato a fargli una visita, proprio come se fossimo due estranei”. Oppure magari la sera prima lo avviso che sarò per lavoro in un’altra zona della sua città per tutta la mattina, se ha voglia di prendere qualcosa al bar insieme… e lo dico pur non avendo dimestichezza alcuna con i bar, visto che non prendo caffè, è solo proprio per fargli piacere. In quel caso mi risponde che non sa cosa farà l’indomani, che il luogo da me proposto è lontano da casa sua e c’è troppo traffico, che magari ci risentiamo nel corso della mattinata. Tante volte mi chiedo cosa lo chiamo a fare. Poi mi riprende questo senso di responsabilità nei suoi confronti e finisce che lo richiamo.
Fino a qualche anno fa almeno avevamo l’abitudine di vedere insieme alcune partite, specie quelle più importanti di coppa campioni (so che non si chiama più così quel trofeo, ma passatemi il richiamo nostalgico). Era un modo simpatico di condividere un interesse comune, si prendeva una pizza fuori e si mangiava davanti la tv. Quando l’ho proposto, ultimamente, mi ha invece risposto in malo modo: “Ah, perché tu vieni a trovarmi per guardarti la partita? Non so se la guarderò”. Quando fa così, ci rimango davvero male e mi mancano le parole per rispondere. So però che la sera dopo, alla sorella andata a trovarlo, non ha rivolto uno sguardo, dedicandosi per intero alla partita trasmessa. La sorella, che glielo ha fatto notare, è stata accusata di distrarlo, nonché di essere presente nell’unico momento in cui lui finalmente aveva qualcosa da fare (perché evidentemente bisogna persino scegliere i momenti giusti in base alle programmazioni tv).
Mi sono deciso a chiamarlo poco prima della mia partenza per il weekend a Pantelleria insieme ad altri amici. Lui ha accolto la notizia benevolmente e la telefonata sembrava procedere in serenità; quando ho sentito che Dino mi chiedeva del famoso passito dell’isola e se conoscevo un produttore artigianale, mi sono lanciato (sbagliando di brutto) nella proposta di prenderne una cassa da 6 bottiglie per lui, visto che sarei andato – e tornato – in aliscafo dal porto della sua città. Sarebbe bastato farsi trovare in banchina al rientro, previsto per le 18,30 della domenica pomeriggio, non proprio un orario scomodo, e gli avrei potuto consegnare il passito artigianale di un viticoltore di mia conoscenza. È stata una proposta assurda? L’ho offeso in qualche modo? Non si capisce. Di certo la telefonata ha improvvisamente virato verso l’irrazionalità. Dino ha cominciato a dire che lui non è un tipo da incontri rapidi al porto, che chissà se poi la nave sarebbe davvero arrivata a quell’ora (non sono riuscito a replicare ricordandogli dell’esistenza dei telefoni cellulari e che quindi l’avrei potuto avvertire se ci fossero stati ritardi), che non sono questi i modi di fare regali agli amici, che il passito è l’ultimo dei suoi pensieri. Mi sono rimproverato per l’ennesima volta di aver chiamato, poi educatamente ho salutato e messo giù.
Ora mi trovo sull’aliscafo del ritorno, a circa un’ora dall’arrivo. Chiaramente non ho preso la cassa di passito per Dino, ma solo due bottiglie per me. È stato un weekend molto simpatico, durante il quale avendo capito che c’era in corso la vendemmia abbiamo deciso, con gli amici, di comprare alcune cassette di uva zibibbo. So quanto Dino ami quest’uva. Guardo le cassette, penso che sono ancora in tempo per avvertirlo di venire giù al porto e dargliene un po’. Ma non lo farò.

mercoledì 12 settembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO


Alberto, l’americano e la fotografia 2

Da qualche giorno è con noi un mio parente americano, un ragazzotto in visita che, si è scoperto, intende il viaggio in modo piuttosto insolito, almeno per me. Lo facciamo girare, infatti, da buoni padroni di casa siciliani, per tutti i luoghi vicini di un qualche interesse storico, artistico o naturalistico, e di tutti si mostra entusiasta, fa complimenti, ma soprattutto li fotografa. Dopo, intendo dire non appena ha scattato le pose che ritiene opportune del luogo, ha come la frenesia di visitare subito qualcos’altro. Solo che la visita per lui sembra consistere essenzialmente in una cattura continua di nuove immagini da salvare sul suo tablet. Non sembra esserci nulla su cui vale la pena soffermarsi più di qualche minuto, il tempo di una foto o due. Ripeto, di tutto parla con estremo entusiasmo e con molta gentilezza, della fontana araba del XI secolo come della piazza rifatta da Gae Aulenti a fine anni ’90, dalla caponata della zia Ciccina ai “bruciuluna” della nonna Piera, dalla lunga spiaggia dorata di Alcamo marina agli scogli e le calette dello Zingaro. Passa freneticamente dagli uni agli altri, immagazzinando un numero elevatissimo di immagini, che forse non avrà mai il tempo di riguardare. O forse le ha promesse ai genitori, ai parenti siculo-americani; lo stesso così mi pare che perda completamente il gusto della visita, non entra mai in sintonia con i tempi del mondo circostante, non vive insieme a noi, ci trasforma solo in un lungo reportage.
Cerco di placare la sua smania, facendogli respirare la nostra stessa aria provinciale, portandolo in piazza a non far nulla, magari semplicemente salutare i conoscenti, prendersi un aperitivo, abbassando il ritmo a cui è abituato. È quasi mezzogiorno quando a bordo della c3 picasso guido lui, mia moglie ed Elena verso il centro. Fa caldo e l’aria condizionata è d’obbligo. Entro nella piazza intitolata da qualche anno a Falcone e Borsellino (anzi Falcone-Borsellino, come se fossero una persona sola) aggirando il giardino centrale. Il motore diesel soffre per la salita con l’aria condizionata accesa, la ventola che soffia per le alte temperature. A quel punto Marco (il ragazzo americano), mi fa un cenno verso l’altro lato della piazza; mi spiega che deve assolutamente fotografare quei vecchietti seduti in fila all’ombra. È un’immagine eccezionale, dice. Penso che non ci sia nulla di eccezionale, ma so che una fila di vecchietti con coppola non può non far parte del bagaglio che un turista si vuole portare a casa dalla Sicilia. Così, invece di proseguire verso il centro del paese, continuo attorno alla piazza percorrendola in senso antiorario fino a trovarci accostati al marciapiede e ai suoi occupanti. Marilena, mia moglie, abbassa il finestrino dal suo lato e s’incarica di domandare il permesso per una foto. I vecchietti non capiscono, ma uno più di buona volontà si alza per avvicinarsi. Marco però, è già saltato fuori dal portello posteriore brandendo in mano il suo tablet. Non mi rimane che scendere dall’auto alla svelta con le mani aperte davanti a me in un gesto pacifico per far capire che non abbiamo cattive intenzioni. Dico rapidamente: “Sapete, il ragazzo è un italo-americano, se si potesse fare una foto”. Il vecchietto sembra assentire con la testa, poi si gira indietro e fa: “Petro, i signori qui vogliono che gli fai una fotografia”. Uno di quelli seduti abbozza ad alzarsi, poi ci ripensa: “La mia machina è in my house, l’haio a casa”. Allora quello in piedi: “Forse i signori la vogliono fatta con questo”, indicando il computer, “forse la devi fare tu perché è americano”. Il vecchietto seduto, chiamato Pietro risponde: “Popò, ma io non lo so usare lu computer, se c’era my son, me figghio…”
Dopo il primo attimo di sorpresa mi rendo conto che non hanno capito nulla; per cui mi affretto a spiegare, con frasi semplici e alzando un po’ la voce: “No, guardi, la foto la vuole fare mio nipote a tutti voi, se non vi dispiace. Vede, è americano e gli piace fare delle foto caratteristiche del paese. Per ricordarsi poi del paese quando è in America. Se per voi signori non è un disturbo … lei dovrebbe tornare a sedersi vicino ai suoi amici e mio nipote vi fa una foto”. Il vecchietto ha finalmente capito, così torna al suo posto, all’ombra. Marco subito ne approfitta, punta il tablet poi dice okay e alza il pollice. A quel punto però un altro anziano, il più corpulento, protesta: “Ma che foto facisti, a quattro vecchi? Venga almeno la signora a farci compagnia, che la ingentilisce un poco ‘sta foto!”. Marilena mi lancia uno sguardo di rimprovero, poi tenta di schernirsi, dice che non ama mettersi in mostra, non è certo una modella. Partono però le proteste: “Seee, ma lei è più che una modella, signora, e poi in confronto a noi…”. “Così la foto se la porta con qualcuno che conosce, che se la porta con qualcuno che conosce”, si insiste. Insomma Marilena è incastrata. Decide quindi di affrontare rapidamente la questione dirigendosi a passo di carica in mezzo ai pensionati seduti, piazzandosi in piedi dietro di loro, piegata un po’ in avanti, con le braccia dietro le spalle di quelli vicini, sfoderando un breve sorriso d’occasione. Anche i pensionati in questa foto risultano molto più allegri che nella precedente. Finalmente ringraziamo, diamo la mano a tutti e rapidamente ce ne andiamo sulla nostra auto. Fino alla prossima foto.

mercoledì 5 settembre 2012

IL MONDO DI ALBERTO

Alberto, l’americano e la fotografia
C’è una certa agitazione a casa mia, arriva questo parente dagli Stati Uniti, un italo-americano di terza generazione, ormai più americano che italo, di quelli che si sono dimenticati tutto o che, per meglio dire, non hanno mai saputo nulla della loro terra d’origine. Questo però un po’ di curiosità evidentemente l’ha mostrata se si è scomodato a fare un viaggio tanto lungo alla ricerca delle radici della sua famiglia. Forse i racconti del vecchio nonno, laggiù (o lassù?) a Brucculino, magari prima di addormentarsi, la sera, il nonno gli cantava la ninna nanna della siminzina: “bo e la ribò ora veni lu patri to  e ti porta la siminzina la rosa marina e lu basilicò”. Oppure tra i giovani americani si sente a tal punto la mancanza di vere radici culturali che è necessario tornare nella vecchia Europa per capire chi si è e da dove si viene. O invece in fin dei conti ha semplicemente approfittato dell’ospitalità dei parenti del nonno, fratello di mio padre, per ottenere una vacanza a basso costo, perché tanta disponibilità economica non avrà il ragazzo, ha finito da poco le superiori, se ho capito bene. Certo è che tutti qui si apprestano a mostrare il meglio di sé, come succede sempre quando arriva qualcuno di fuori. Marilena, mia moglie, ha deciso per l’occasione di modificare in modo sostanziale la camera di Dario, mio figlio, che ormai non vive più con noi e torna a trovarci sempre più di rado. Da cameretta di liceale, come lui l’aveva lasciata prima di trasferirsi a Palermo, l’ha trasformata in una vera e propria camera per gli ospiti, con tanto di tende nuove marroni e pareti e copriletto intonati, armadio dimezzato e svuotato, tappeto nuovo. Anche la scrivania scura accoppiata ad una nuova sedia beige, adesso assume un altro tono: “non è per lui, che è poco più che un ragazzo”, ha detto, “ma cogliamo l’occasione per rinnovarci un poco”. Okay, rinnoviamoci, non c’è niente di male. Quando però ha ipotizzato di cambiare anche il salotto, dopo aver preteso “un’imbiancatina alle pareti del corridoio”, ho rispettosamente fatto intendere che inserendo dei mobili nuovi, si sarebbero notate maggiormente le pareti già segnate dagli anni e, obiettivamente, non c’era il tempo materiale per una ristrutturazione completa della casa. Avremmo fatto prima a comprarne un’altra, ma (ho fatto notare sempre rispettosamente) forse non vale la pena di decidersi a cambiare appartamento solo per ospitare un ragazzotto americano, per quanto lontano parente. È ritornata sui suoi passi, già appagata di quanto ottenuto; mia moglie mi conosce e sa quando non è il caso di tirare ulteriormente la corda. Elena, mia figlia, sembra insolitamente interessata a conoscere il bis-cugino, forse volendolo esibire come un trofeo esotico alle sue amiche nella rituale passeggiata del sabato pomeriggio.
Gli altri parenti dal canto loro, si stanno organizzando per non lasciare “da solo” (cioè in pace) il giovane, soffocandolo di inviti a pranzo e a cena che basterebbero fino a Natale, almeno due per ciascuna famiglia, quello per salutarlo all’arrivo e quello per salutarlo alla partenza. Solo che gli inviti per il primo saluto durano una settimana, e nella seconda di permanenza il povero malcapitato dovrebbe ricominciare il giro, ché altrimenti i giorni non basterebbero. Così ce la può fare, ma non gli rimarrà tempo per visitare nulla. Vedremo quali saranno le sue intenzioni.

Finalmente arriva. Andiamo a prenderlo all’aeroporto Falcone-Borsellino con la nostra c3 picasso dall’ampio bagagliaio, Marilena ed io, per avventurarci in una breve visita a Palermo come da accordi presi per telefono. Io ho manifestato le mie perplessità, dopo un viaggio così lungo in aereo e con il fuso orario nel mezzo a sballare il metabolismo, ma lui, il giovane Marc o Marco (non s’è capito), in inglese al telefono ha ribattuto che avrebbe riposato per 4 ore a Fiumicino in attesa di imbarcarsi per la Sicilia. Quindi sarebbe arrivato perfettamente riposato. Quando spunta dalla porta scorrevole degli arrivi è perfettamente riconoscibile, bassino, bruno, vestito più americano di un americano, peggio che nei telefilm: camicia hawaiana sgargiante, bermuda a quadri con tascone, sneaker in camoscio ai piedi (apparentemente senza calze) e una visiera azzurra lucente con ventilatore in testa (che si scoprirà in seguito andare ad energia solare). Dopo saluti e presentazioni, imbarchiamo in auto il suo striminzito bagaglio e ci dirigiamo a Palermo, dove ci attende Dario, che ci guiderà mostrandoci magari degli angoli meno conosciuti. Certo prima ci sono alcune cose imperdibili per un turista alla sua prima esperienza. La Cattedrale: lì Marc, entusiasta dell’esterno, tira fuori dallo zainetto il suo tablet, fa 4 foto in sequenza, poi all’interno si annoia, non vuole sentire storie passate dei Re e delle loro tombe, andiamo altrove. I quattro canti: 4 foto, subito via. La chiesa della Martorana: 1 foto fuori, 3 dentro. Foto con particolare di tessera del mosaico. Foto alle carrozze di Palermo, alle enormi magnolie di Piazza Marina, alle arancine della Bomba, a noi, a se stesso che addenta l’arancina, al parcheggiatore di via Lincoln, al mare dalla passeggiata della Marina, al mare con barche a vela. Casa Professa: 2 foto fuori, 3 dentro. Foto con particolare del marmo rosso, particolare del marmo bianco, particolare del marmo blu. Foto al venditore di vestiti usati, alle pannocchie e i peperoni cotti, al venditore di panelle mentre imbottisce un panino con le mani, una panoramica del mercato del ballarò, foto ai pesci, alla frutta, allo sfincione. Torniamo in macchina, ma mentre Dario ci spiega che ora ci vuol far vedere qualcosa di insolito, l’americano si addormenta tranquillamente sul sedile. Non rimane che tornare a casa, il viaggio aereo si fa sentire.

giovedì 30 agosto 2012

Il mondo di Alberto

Il marciapiede di Popò 4 – Giornate d’agosto  

L’ora si è fatta tarda, la strada comincia a diffondere calore nell’aria, il silenzio dei bimbi ormai rientrati in casa è riempito solo dal frinire di una cicala, l’ombra della palazzina si assottiglia, sempre più vicina a Popò e agli altri frequentatori mattutini del marciapiede. Da diverso tempo nessuno più dice niente, il caldo li stordisce, li fa sonnecchiare. Sono solo in attesa che il sole li sfiori, segno che l’ora di pranzo è arrivata, il momento di rientrare ognuno nella propria casa a rianimare la discussione con il tizio del telegiornale. Un’automobile piuttosto buffa, dalla forma tutt’altro che aerodinamica, entra dal lato opposto della piazza. La sentono più che vederla, il motore diesel che soffre per la salita con l’aria condizionata accesa, la ventola che stride la propria disapprovazione verso chi la costringe agli straordinari a quelle temperature. Poi l’auto, dopo un’indecisione, invece di proseguire verso il centro del paese, continua il percorso attorno alla piazza percorrendola in senso antiorario fino a trovarsi di fronte al marciapiede di Popò e ai suoi occupanti. Forse avranno bisogno di un’indicazione, riflette Popò, quando vede abbassarsi il finestrino dell’auto dalla parte del passeggero davanti. Una bella signora bionda con occhiali, cinquantina, dal viso un po’ spigoloso, si sporge dal vetro e domanda di un indirizzo che lui non afferra, forse perché intorpidito, oppure è vero che non ci sente più come prima. Gli altri attorno gli sembrano più stonati di lui, perciò decide di alzarsi per gentilezza nei confronti degli occupanti di quella strana vettura. Ma riesce appena a compiere il primo passo che uno scatenato ragazzo, occhiali scuri, visiera con miniventilatore incorporata, camiciona maniche corte stampata azzurra e arancione, è già saltato fuori dal portello posteriore brandendo in mano quello che sembra un incrocio tra un vassoio e un borsello rigido. Popò rimane fermo indeciso sul da farsi, mentre il borsello si apre a serranda rivelando lo schermo di vetro scuro di un computer. Intanto il guidatore dell’auto, un uomo maturo, forse sessantino, non robusto ma con la pancia che si indovina sotto la polo verde, occhiali da sole con lenti sfumate, si avvicina a passo svelto e le mani aperte davanti a sé con gesto pacifico di chi mostra di non essere armato. Finalmente la cicala (che Popò ritiene si annidi sul primo Falso pepe sulla destra, di fronte casa di Vito lu Pirollu, al quale però essendo sordo fastidio non dà) decide di concedere una breve tregua agli astanti, per cui Popò percepisce: “… Americano, se si potesse fare una foto”. Popò non capisce, ma gentilmente si gira verso Petro l’Americano: “Petro, i signori qui vogliono che gli fai una fotografia”. Petro abbozza ad alzarsi, poi ci ripensa: “La mia machina è in my house, l’haio a casa”. “Forse i signori la vogliono fatta con questo”, risponde Popò indicando il computer, “forse la devi fare tu perché è americano”. “Popò, ma io non lo so usare lu computer, se c’era my son, me figghio…”    
“No, guardi, la foto la vuole fare mio nipote a tutti voi, se non vi dispiace. Vede, è americano e gli piace fare delle foto caratteristiche del paese. Per ricordarsi poi del paese quando è in America. Se per voi signori non è un disturbo … lei dovrebbe tornare a sedersi vicino ai suoi amici e mio nipote vi fa una foto”. Popò rimane un attimo interdetto, poi torna al suo posto, all’ombra, ché il sole di quei pochi istanti lo sta già facendo sudare sulla schiena. Il giovane americano pare che si guarda allo specchio, nel vetro del computer, poi dice okay e alza il pollice. A quel punto però Don Minzione protesta: “Ma che foto facisti, a quattro vecchi? Venga almeno la signora a farci compagnia, che la ingentilisce un poco ‘sta foto!”. La signora non sembra d’accordo, dice che non ama mettersi in mostra, non è certo una modella. “Seee, ma lei è più che una modella, signora”, risponde Santino Campo rispolverando galanterie dimenticate, “e poi in confronto a noi…”. “Così la foto se la porta con qualcuno che conosce, che se la porta con qualcuno che conosce”, insiste Nanà Viola. Insomma la signora bionda non può rifiutare, si dirige quindi in mezzo ai pensionati seduti, piazzandosi in piedi dietro di loro, piegata un po’ in avanti, con le braccia dietro le spalle di Nanà Viola e Vitu lu Pirollu, sfoderando un breve sorriso d’occasione. Anche i pensionati in questa foto risultano molto più allegri che nella precedente. Poi i turisti ringraziano, danno la mano a tutti e rapidamente se ne vanno sulla loro auto buffa.
Popò e gli altri rimangono in silenzio, ognuno assaporando la novità di quanto appena avvenuto, poi perdendosi nella memoria di fatti accaduti ai tempi di quando erano giovanotti, mi ricordo di quella ragazza bionda che quella volta dal treno mi mandò un bacio – chissà se l’avessi preso quel treno –, della prima volta che andai dal fotografo insieme a mia moglie vestiti da sposi, di quella volta che andammo in gita in macchina fino a Cefalù, senza macchina fotografica ma con tutte le immagini stampate qui in testa.

Poi compare dalla porta Maria, la moglie di Popò, in uno dei suoi soliti vestitini a fiori e nel salutare tutti i presenti, che si accingono a lasciare il marciapiede insieme all’ombra, ricorda che il giorno dopo i due coniugi non ci saranno, impegnati sin dalla mattina presto nel fare la salsa, su nella proprietà della Crocicchia. “Domani c’è scirocco”, annuncia zù Turì lu Picciune. “Non possiamo rimandare”, ribatte Maria, “ci sono le cassette pronte e ci prestano il passatutto quello grosso”. “Anche con lo scirocco, là sopra abbiamo un capanno che ci ripara e l’acqua di un pozzo: stiamo a posto”, ribadisce Popò. “Certo, ora avete tutto là, ma se non vi volete spostare”, suggerisce Santino, “noi invece la salsa la facciamo qua e poi andiamo a pulire tutto all’abbeveratoio di Corso dei Mille. Là c’è acqua a volontà e ci puliamo i pentoloni e il passatutto… è molto comodo, una volta la facciamo assieme”.

mercoledì 25 luglio 2012

IL MONDO DI ALBERTO



Il marciapiede di Popò 3 – L’abolizione della provincia

Compare dalla porta Maria, la moglie di Popò, insaccata in uno dei suoi soliti vestitini a fiori senza forma che adopera per stare a casa, cioè per la maggior parte del tempo. Le sue forme scompaiono dentro la stoffa dalla quale fuoriescono le braccia magre e la testa grigia sul collo rugoso, solo lo sguardo acuto è rivelatore di una vitalità celata. Porta davanti a sé il vassoio con la limonata fatta con i limoni di un minuscolo pezzo di terra di loro proprietà in contrada Crocicchia, ciò che rimane di una contrastata divisione ereditaria con i fratelli di lei. È una limonata poco dolce, come piace a Popò, per questo Maria porta sul vassoio anche la zuccheriera e un cucchiaino, oltre ai bicchieri di plastica. Lascia il vassoio in mano a Popò, che gli fa da piano d’appoggio, e consegna i bicchieri con dentro due cucchiaiate di zucchero a zù Turì lu Picciune, a Vito lu Pirollu e a Nanà Viola, mentre nel bicchiere di Don Minzione ne mette dentro “solo un pizzico”, perché “ha lo zucchero alto”, nel sangue s’intende. Santino Campo fa compagnia a Popò, per cui a loro due viene consegnato il bicchiere vuoto. Finita la fase di consegna dei bicchieri, prende la brocca con la limonata ghiacciata e passa dall’uno all’altro versando la bevanda. A quel punto consegna il cucchiaino d’acciaio al più vicino, in questo caso a Nanà, posa il vassoio con la brocca semivuota e la zuccheriera chiusa sul selciato di fianco alla porta e torna dentro. I pensionati si passano l’un l’altro il cucchiaino dopo aver ben rigirato la loro bevanda, almeno quelli che ne hanno motivo, poi il cucchiaino, come fosse il testimone di una staffetta olimpica, torna di mano in mano fino al più vicino al vassoio e lì posato religiosamente.
Avete sentito che vogliono abolire le province? esordisce Santino, dopo aver fatto schioccare lingua e palato in senso di approvazione dopo la sorsata, e guarda caso tra tutte proprio la nostra provincia. Era ora, che era ora, ribatte Nanà Viola, a noi non ci ha dato niente la provincia, che non ci ha dato niente. La provincia è uno spreco di denaro, conferma Vito lu Pirollu che stavolta ha azzeccato l’argomento malgrado la sordità, lo dicono sempre alla televisione: bisogna abolire le province! Ma chi lo dice? domanda lu zù Turì, nella tua televisione c’è un solo programma: canale 5; e tu “ammucchi” (e fa il gesto ripetuto di portarsi le dita chiuse in punta alla bocca aperta) tutto quello che ti dicono. Io non “ammucco”, risponde a tono Vito che il gesto lo ha capito bene, le province danno a mangiare a questi politici, se si aboliscono si risparmia. Sentite bene, interviene don Minzione con l’aria di chi sta proferendo una verità incontrovertibile e finora ignota, lo Stato ha problemi di soldi e quando si hanno problemi di soldi si devono tagliare le spese; tra le spese inutili hanno capito che ci sono le province. Scusate, si intromette Popò che ha interpretato in altro senso la frase del compare Santino, ma proprio ora che abbiamo un nostro compaesano a capo della provincia, loro hanno deciso che è inutile? Seee, vero è che il capoluogo è lontano e non abbiamo molto da spartire, lo sostiene Santino, ma per ora non ci possiamo lamentare perché i soldi sono spesi per lo più da questa parte del territorio provinciale. Ma poi lei, don Minzione, osserva ancora lu zù Turì, non si è rivolto proprio alla famiglia del nostro caro Presidente per ottenere quello che voleva con l’allacciamento dell’acqua al Ferricino? Certo senza quel posto di prestigio, il favore non glielo poteva fare.
Ognuno con i suoi tempi degusta la bevanda dissetante, in questa metà mattinata che sta diventando sempre più calda. Poi il bicchiere vuoto viene affidato al proprio vicino sulla destra, di volta in volta inserito dentro un altro e finalmente la pila di bicchieri giunge a Nanà Viola che chinandosi la appoggia sul vassoio. Gli sguardi tornano a farsi lontani, i pensionati silenziosi, mentre i bambini cominciano a disertare il centro del giardino dove non c’è più ombra e i giochi stanno diventando bollenti.
Certo che di acqua in paese ne arriva sempre poca, ricomincia Nanà Viola, che di acqua ne arriva poca. In questa zona, anzi, butta in quantità, sostiene lu zù Turì, quando arriva nel palazzo si riempie sempre tutta la cisterna; invece più sopra, alle Balatelle dice mio cognato che ogni quattro giorni gli arriva per due ore e a goccia; fanno a gara a chi ha il motore più potente per tirarsi l’acqua. Io la pompa dell’acqua me la sono portata dall’America, interviene Petro l’Americano, che è potentissima ma un poco rumorosa e ci ho dovuto fare un casotto a parte, vicino al muro del cortile; ma pure così si sente forte che fa tremare la casa: di solito la tengo spenta e l’acqua acchiana lo stesso. Seee, va bé, esagerazioni, si oppone il compare Santino muovendo in cerchio la mano destra ma lentamente perché si sa che al caldo non bisogna agitarsi; qua l’acqua arriva bene, anche se ogni quattro giorni, basta avere una cisterna grossa e, solo al bisogno, si accende la pompa, ma di solito non c’è bisogno. Siamo fortunati perché qua l’acqua viene a cascata, che viene a cascata, stabilisce Nanà Viola, perché siamo più in basso, che siamo più in basso. Ma mi pare a me, fa sospettoso zù Turì lu Picciuni, che più sotto c’è la casa di un certo pezzo grosso provinciale, non è che è per questo che nella zona non manca l’acqua? A pensare male non si sbaglia mai – sentenzia. Hai visto quindi, interviene Popò senza rivolgersi a nessuno in particolare, che è importante che non venga abolita la provincia? Sentite bene, si pronuncia finalmente don Minzione dopo lunga riflessione (o si era addormentato dietro gli occhiali da sole scuri?), pare a me che alla luce di quanto emerso nella discussione si è capito che per l’importanza del nostro Presidente, per la gestione delle questioni idriche, per il bene del nostro territorio, la Provincia non deve essere abolita, perché fa cose utili alla gente!